Vergogne

Quanti momenti imbarazzanti avrai collezionato nella vita? Stasera mentre riordinavo la cucina bevendo vino in solitudine me ne sono venuti in mente alcuni. E’ una di quelle sere che uscirei per vedere le mie amiche storiche, fare aperitivo, cena. Oddio, il colpo allo stomaco che mi prende ripensando a quei momenti, alla possibilità di farlo con un passo, quello che ad Asti mi portava fuori dalla porta e in piazza San Secondo in un momento.

Alle elementari adoravo scrivere i temi. Adoravo fare l’illustrazione – se siete maestre date questa opportunità ad ogni bambino – ma scrivere era difficile, non sapevo mai come riempire il foglio di cose lunghe, ero invidiosa delle molte pagine delle compagne più prolisse, quando ancora non sapevo che less is more. Una volta mi ricordo la mia mente bambina ma già calcolatrice: volevo prendere un bel voto, avrei messo di mezzo i miei genitori sordi, avrei usato la pietà a mio vantaggio. E’ incredibile come me lo ricordi molto nettamente: il mio ponderare e decidere che sì, lo avrei fatto. Scrivere qualcosa sul fatto che i miei compagni di classe erano bravi, cosi gentili con me anche se i miei genitori erano sordi. Aspettare con ansia la restituzione dei quaderni, segretamente certa che avrei ricevuto un bel voto.

Benino.

Benino.

Credo quel benino mi abbia salvato dall’ usare la pietà a mio vantaggio. Ricordo l’imbarazzo di chi è stato scoperto: la maestra non ci era cascata, non mi aveva dato un bravissima per pietà, mi aveva, col suo benino, senza dire niente, insegnato che bravissima va guadagnato con mezzi più leciti. Negli anni ho vissuto in tanti modi la sordità dei miei genitori: l’ho nascosta, l’ho dichiarata, l’ho accettata, ma non l’ho mai più usata a mio vantaggio.

Questo meccanismo riporta alla mente un altro episodio: mi avevano operato alla schiena per raddrizzare, senza grandi risultati, la mia schiena storta. Avevamo sedici, diciassette anni. Riru, vuoi andare davanti tu in macchina? Sì, meglio, per evitare sbalzi. E fu così che il posto di fronte fu mio, per molti, molti mesi. Per tenere la mia schiena stabile. Forse era stata davvero una raccomandazione dei medici, di sicuro io la avevo fatta mia, ignorando invece altre, magari più importanti. A sedici anni, il posto davanti in macchina è l’unica cosa che conta.

Oppure quando a tredici anni andavamo al centro estivo del Don Bosco: di pomeriggio c’erano diversi corsi organizzati da ragazzi appena più grandi, una di loro era Francesca, una persona che mi stava molto simpatica, trovavo belle le sue lentiggini sul naso e ci eravamo persino incontrate per caso a Ceriale, dove avevamo passato un bel pomeriggio insieme – e dove la sordità dei miei genitori era diventata incammuffabile, ma dove mio papà aveva giocato a carte col suo come vecchi amici. Ricordo quel momento in stile Hunger Games dove il gruppo di ragazzini doveva decidere a quali corsi iscriversi, e dove ogni leader si proponeva, chiedendo adesioni. Lei offriva anche un bel corso, credo fosse qualcosa riguardo al riempire bottiglie con sabbia colorata. Però la fedeltà dei teenager va col gruppo, e nei flussi di adesioni si potevano leggere chiaramente le dinamiche di popolarità di chi proponeva un corso e di chi lo seguiva. Ricordo il suo turno, quasi nessuno ad alzare la mano, i suoi occhi nei miei con l’assenso della testa, le sopracciglia a invitarmi, “dai, perfavore?”. Io che mi guardo intorno per controllare se quelli fighi ci andranno o meno, la faccia imbarazzata di chi vorrebbe ma non può dire sì, scusa, ne va del mio status.

Sembra nessuno o quasi seguirà il suo corso e lo scoramento di Francesca – anche prima dei social media e dei follow/ unfollow – è palpabile, finchè, colpo di scena: il figo del gruppo si alza, dice, dai, lo faccio. Un altro segue, poi un altro, poi un altro ancora. Sembra l’attimo fuggente, tutti hanno una coscienza, sono tutti presi dal fervore sul corso sul fare bottiglie con polvere colorata dentro.

Ormai quasi tutti i presenti seguiranno questo corso, oddio, aspetta, alzo la mano, anche io voglio farlo! Eccomi, ricambio lo sguardo, quello di prima, quello a cui avevo risposto di no: sono anche io on board now! Non è un ricordo falsato col senno di poi, anche allora sapevo esattamente, a tredici anni, cosa stava succedendo: il mio vergognarmi di aderire solo a quel punto, dopo che tutti gli altri fighi avevano detto sì. Il mio vergognarmi per non essere quella che si alzava per prima. Il farlo lo stesso, perchè il non essere parte sarebbe stato ancora peggio.

Una volta che in vacanza mia sorella che era uscita con mia mamma aveva riportato a casa per me un sacchetto pieno di caramelle gommose, e io lo avevo accolto con sdegno, perchè le ciliegie non erano quelle che mi piacevano! Scusa Giada,ogni tanto ci ripenso e mi vergogno di aver reagito così. Non era neanche vero: mi piacevano abbastanza.

Quanti momenti così, incagliati nella memoria, che ogni tanto riportano un indelebile dolore o vergogna, e a cui adesso ripenso con una certa benevolenza, perchè ho bevuto un po’ di vino e perchè ce li abbiamo tutti, e sono quelli che ci rendono noi.

Giovane me, con un paio delle mie migliori amiche e le mie vergogne segrete

Are you happy?

Il mio bambino ogni tanto mi chiede: are you happy mami?

A volte lo fa per tastare il terreno dopo che mi sono arrabbiata per qualcosa, altre me lo chiede fuori dal blu, come un vecchio amico che ti guarda nell’anima e con questa domanda ti offre un’opportunità.

Tu sei felice? Io sono felice di essere viva e sana, e che le persone che amo siano vive e sane, però inciampo in continuazione nella miseria.

Essere grandi vuol dire doversi ricordare continuamente di essere grati e felici? Non mi sembrava che fosse così a vent’anni; nei miei ricordi prima c’era un movimento propulsore, mentre adesso il movimento è statico, è l’affanno di chi oscilla perché cerca di non cadere.

Forse è il covid che rende il tempo un giorno che si ripete, mi hanno mangiato il futuro, per ora resto qui a galleggiare. Vorrei essere l’eroe che in una pozza d’acqua diventa campione di immersioni, perché se non puoi più nuotare in orizzontale, almeno puoi imparare ad andare in verticale e affondare per scelta, diventare il migliore nel colare a picco.

Forse domani, forse domai.

Questo è un mio disegno. Se ti piace, lo trovi qui.

Fare un bambino

Un po’ di tempo fa ho ascoltato un libro che si chiama The Power of Meaning di Emily Esfahani Smith (tradotto in italiano come Cercare la felicità non rende felici: I quattro pilastri per una vita ricca e appagante).

Ci ho trovato un concetto interessante che avevo sentito a sua volta un po’ di tempo prima, quando eravamo andati a sentire la scrittrice Lionel Shriver a Aye Write, un festival di letteratura di Glasgow.

L’idea è che il mondo sia ossessionato con la ricerca della felicità, ma che dovrebbe invece concentrarsi sulla ricerca del significato. La prima è un’esplosione di endorfine molto piacevole ma po’ fatua, mentre il secondo è una cosa più seria, che si deve perseguire con qualche forma di impegno e fatica, ma che alla fine dà senso alla vita.

Un esempio perfetto di questo assioma è il fare bambini: ci sono studi che dimostrano che i genitori, soprattutto i neogenitori, se tu gli chiedi sei felice? Ti rispondono NO. Perché fare figli non dà la felicità, è una fatica assurda, eppure la gente continua a farlo, perché fare figli è una di quelle cose che dà significato. Il libro parla di quattro pilastri legati al senso della vita: relazioni, scopo, trascendenza e narrazione. C’è anche un Ted Talk se volete avere un riassunto e vedere se il libro fa per voi, io lo avevo trovato interessante.

Durante la scrittura di questo post il mio bambino mi ha interrotto un numero fuori controllo di volte: mi ha chiesto l’acqua, uno snack, di giocare al suo treno, di stare con lui mentre faceva la cacca, si è seduto su di me per guardare la tivù, ogni tre minuti, due minuti, minuto: mami, mami, what about my bici, vuole attaccare la sua valigia trunki piena di dinosauri alla sua bici e andare in giro per la casa, si sono rotti degli occhiali di Harry Potter e li devo aggiustare, c’è sempre qualche bisogno pratico o spirituale di cui prendersi cura.

A me piace l’elemento di assurdo che fare bambini infila nella vita: l’inaspettato, l’entusiasmo, la fantasia. Come attaccare una valigia di dinosauri alla bici, e poi andare a fare un giro in cucina.

L’anatomia secondo mio figlio

Il mio bambino ha tre anni e mezzo, ecco una conversazione tipica di questo periodo:

Mami I got piselino,

daddy got piselino,

Bobo got piselino,

Pam: no,

you: no,

daddy got piselino,

I got piselino,

you got: buco.

Mi fa ridere che si capisca chi glielo ha insegnato a seconda del vocabolo che usa, e ringrazio una divinità qualsiasi che questo lo dica in italiano.

Mami, Peppa got piselino? Salutiamo tutti insieme Peppe pig.

La my macchina

Un anno fa ho cambiato la macchina perché una signora mi è venuta dentro, l’airbag che scoppia puzza di proiettile e per un attimo è come il far west.

La nuova macchina ha un elemento futuristico problematico: non ha la chiave. Basta che ti avvicini, non ha bisogno di obsoleti riti meccanici, le basta la promessa che ci sei. Io invece della chiave ne ho bisogno, per ricordarmi di spegnere il veicolo, anche solo per capire se è acceso o meno.

In questi mesi ho ricevuto visite, biglietti infilati nella buca e ammiccamenti dalla finestra.

Toc toc

Yes?

Salve, your finestrino è abbassato and la pioggia ha bagnato tutto inside

Ah sì thank you

Toc toc

Yes?

Hem, your luci sono accese

Ah, cazz, vado

Toc toc

Oh signore, yes?

Your tergicristalli zin zan zin zan

Ah certo of course ora vado a spegnere la macchina

La volta peggiore è stata quando il vicino incredulo è venuto a bussare dicendo che la macchina, parcheggiata davanti al supermercato locale da due ore, aveva il motore acceso. Tutto questo perché non posso togliere la chiave, devo schiacciare un pulsante, ma due volte, sennò non ho capito, ma evidentemente non si spegne.

Chissà cosa pensano i vicini of me.

Covid days

Voi come state? Per me questo covid ha la forma del cerchio perfetto, lui intorno e io dentro, senza poter uscire. Sembra una diabolica trappola per topi, che ti tiene vivo ma ti toglie vita. Non organizzare niente, non invitare nessuno a casa tua, non abbracciare: secondo i nuovi comandamenti per sopravvivere non puoi più vivere. Cosa rimane se togli il contatto, i riti collettivi, la casualità di un incontro? Più andiamo avanti e più faccio fatica. Mi sembra di essere chiusa in questa casa da mesi e mesi, e che fortuna che io viva qui, in un villaggio con una foresta accanto, che mi ha salvato in ogni giorno di tristezza e fatica. Non riesco a immaginare in ritorno in Italia, già era complicato prima, ho paura delle difficoltà con un piccolo accompagnatore con me, a cui ho detto che il covid è un drago, per questo non possiamo vedere i nonni, andare a casa dei suoi best friends che ha appena conosciuto, andare al museo dove l’organo suona ogni venerdì. L’altro giorno al parco ho conosciuto una mamma che per presentarsi, sentite questa: mi ha porto la mano. Forse lo ha fatto per sbaglio, per una forma di abitudine non soppressa in tempo, come se l’umanità dentro di lei volesse sgusciare fuori come un pesce. Le ho stretto la mano.

E poi, poco dopo, me la sono igienizzata.

Donna baffuta

È un periodo intenso: la gestione della mia nuova attività (www.biograffiti.it se vi chiedete di cosa sto parlando) mi porta un carico mentale che ha la forma di un polipo elefante, ci sono così tante cose a cui pensare, da fare, da capire. Amo questa complessità, è come una palestra dove tutti intorno a te sono culturisti che fanno maratone di CrossFit, ogni pensiero ti invita a tirare su un altro pensiero, ad espandere i concetti e sollevare almeno cinquanta chili di mistero al giorno: cosa disegno? Dove lo stampo? Come lo impacchetto? Come si pronuncia Giclee?

In questo pompaggio costante del cervello, mi sento stremata e incapace di smettere di doparmi: quando mi metto a letto non riesco ad addormentarmi, il culturista impazzito nella mia mente continua a sollevare pesi, tirare pugni, sudare come un porco.

Non mi stupisce dunque ritrovarmi a pensare: ma ‘donna baffuta sempre piaciuta’ è una vera espressione? È una cosa che si dice davvero? Forse perché non vivo in Italia da tanti anni, ho perso quella dimestichezza coi concetti, quella familiarità che mi fa subito riconoscere quando una frase non suona bene.

Donna baffuta, sempre piaciuta.

Io avevo coniato l’espressione: ‘piede lungo, ragazza bella’, perché ho un piede lungo. Quello mi ricordo che non è un vero modo di dire. Ma l’altra, che risuona così familiare eppure sembra assurda: quando mai una donna baffuta è piaciuta? Forse adesso dopo il #metoo, ma non di certo quando andavo alle medie e dovevamo decolorarci i baffi.

Aspetto almeno uno di voi che mi confermi la verità, ho deciso di non googlare, aspetto voi, soprattutto se ci sono donne baffute all’ascolto.

A quanto pare, almeno presso di me, siete molto popolari.

Il bambino filosofo

Oggi sono andata al parco col mio bambino. Mentre lui scendeva giù a tutta velocità con la sua bici, ho parlato con un altro bambino che aspettava il suo turno.

Mi piaceva di questo bambino, e di tanti altri che incontro tutti i giorni al parco, la socievolezza spontanea e la gentilezza: anche se era più grande del mio, era subito disposto a creare un legame. ‘Vai tu, poi vado io’: è vero quando si dice che i bambini diventano subito amici; basta che condividano lo stesso posto allo stesso momento per diventare coinquilini, familiari nell’interazione.

Io sono molto bravo ad andare giù dalla zip line, sai, perché io ho molta fiducia in me – mi dice.

Dai, è bellissimo. Ma come fai ad avere fiducia in te? come si fa ad avere fiducia? – gli chiedo. Mi affiderei a chiunque per avere risposte su come comportarsi nella vita.

Ci pensa un attimo, penso che forse non ha capito cosa ho detto visto il mio esotico accento.

Quando il tuo cuore ha delle nuvole intorno, tu devi pulire le nuvole, spostare le nuvole via dal tuo cuore. E così che avrai fiducia in te.

Mentre me lo dice, con la mano mima una pulizia del cuore, e quasi mi sembra di vedere una polvere di nuvole dissolversi nell’aria di fronte a noi.

E la felicità al pensiero di tornare a casa e scriverne, per raccontarvelo.

Bomba di bene

In questi anni di cose accadute ho perso un’amica. Cosa succede a chi muore? Dove va l’amore? Lei era fatta di bene, la sua assenza ha reso il mondo più concavo, lo spazio che riempiva con grazia non comune è rimasto vuoto e se ci guardi dentro rischi di precipitare, non mi sembra di intravedere il fondo di questo burrone, però vorrei immaginarlo come essere seduti sul confine del mondo con le gambe che penzolano su un’altra galassia incomprensibile e mai vissuta, ma perfetta e generosa, un posto dove cadere senza paura quando sarà il momento, un tempo dove divento il mondo in un secondo, un abbraccio del cosmo che mi porta a compimento, piuttosto che il nulla che esplode io voglio una bomba di bene. È un paradosso avere paura di non esserci più, chi lo dice è filosofo ma io mi terrorizzo lo stesso al pensiero.

Sono passati mesi, anni, rimane strano quello spazio vuoto, lo scrivo per chi quando guarda c’è un buco.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande.
Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lí?
Quando é cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole, é forse solo un sogno?
Non é solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo,
quello che vedo, sento e odoro?
C’é veramente il male e gente veramente cattiva?
Come puó essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare?
E che un giorno io, che sono io, non saró piú quello che sono?

Il cielo sopra Berlino mi fa sempre pensare a lei.

Nuovi inizi

Ciao. Che effetto tornare a scrivere su questo blog e quanto affetto dimenticato ci ho ritrovato dentro: sia quello che veniva da me scrittrice, sia quello che mi tornava indietro da voi lettori, così familiari dopo tanti anni di storie. E’ vero come mi ha scritto Tiziana: non si sparisce così. C’è persino un termine ora: ho fatto ghosting, vi ho amato e poi fantasmato. Se siete ancora qui, vi aggiorno.

Adesso ho quasi trentotto anni, li compio tra poco, meno di un mese. Sono sempre a Glasgow! Vivo in una casa appena fuori città. In questo momento sto ascoltando “In a Sentimental Mood” di John Coltrane, è jazz, e l’ultima volta che ho scritto questo blog non sapevo neanche chi fosse. Invece adesso mi piace tantissimo, l’inizio della canzone mi fa un effetto di magico scioglimento del cuore. Qualcosa è cambiato quindi di me, ma qualcosa è rimasto uguale.

Vi racconto questo: l’laltro giorno cambiavo le lenzuola al letto, un king size pachiderma, e mi sono resa conto che il lenzuolo era ancora umido. Io lo avrei lasciato così, ma sapevo che chi dorme con me non avrebbe apprezzato, e allora ho pensato che dovevo avvicinare il materasso a una fonte di calore. Allora, con enorme fatica, ho iniziato a spostare il materasso in tutta la sua interezza, smuovendolo centimetro dopo centrimetro. Visto che abbiamo un letto con ripostiglio sotto, appena ho spostato abbastanza il materasso le molle del letto sono partite, il meccanismo si è aperto e mi sono ritrovata a bilanciare un grasso materasso mezzo su di me e mezzo sul letto ormai quasi a novanta gradi. Il termosifone non è lontano, ho pensato. Solo che per terra era pieno di roba, pezzi di treno, rotaie: il breve spazio tra me e il termosifone era un campo minato di casino, e io non riuscivo a spostare con successo quel coso enorme, era veramente pesante. A quel punto, la voce che fino a quel momento mi aveva sussurrato “cosa stai facendo?” ha iniziato a gridare. Togli il lenzuolo dal materasso, Riru! Cosa stai facendo? Sei completamente impazzita? Guardati, schiacciata da un materasso King Size, coi piedi tra due trenini, che cerchi di raggiungere un minuscolo termosifone solo perchè non vuoi dover togliere e rimettere il lenzuolo un’altra volta. Quale mente potrebbe studiare una soluzione del genere? Mi sono finalmente arresa, ho tolto il lenzuolo, ho messo quello a riscaldarsi, e con fatica ho spinto il grassone sul letto, rischiando di rompere il meccanismo (questo l’ho scoperto dopo).

Vi racconto questa storia perchè quando ci ripenso ancora rido per l’assurdità e realtà di tutto quello che riporto. Sono sempre io.

Quali altre notizie riportare alla mia Itaca? Che sono una mamma, questo è importante. Ho un bambino di tre anni! E due figliastri di dieci e dodici anni. Sono una mamma, una matrigna, una trasportatrice di materassi, e una volta in questi anni ho tagliato i capelli corti, ma davvero corti. Adesso sono ricresciuti ma vi lascio qualche foto, perchè io sarei curiosa.

L’anno scorso a dicembre ho smesso di lavorare per la mia azienda, quella dove una volta a uno che mi chiedeva se fosse una umbrella company avevo detto no, che non facevamo mica ombrelli. Forse meritavo la redundancy che alla fine, inesorabile, è arrivata. Per me è stata un’occasione: pensavo da tanto che il tempo in ufficio sembrasse sprecato, immagino sia un pensiero comune. Nel 2020, con le interessanti variabili aggiunte dalla pandemia globale, ho creato un mio progetto, che coniuga scrittura, disegno e quel qualcosa di business che in questi otto anni in azienda ho imparato: si chiama Biograffiti, biografie disegnate, c’è un sito, un business plan, una pagina facebook e una instagram. L’idea è che ognuno di noi è una storia, e ognuna di queste storie accanto alle altre popola il mondo. Come vogliamo che sia raccontata la nostra storia? Quali elementi scegliamo per raccontarci e presentarci agli altri? Nei miei disegni biografici uso i dettagli che ogni persona mi fornisce, per creare un mondo surreale e poetico, individuale ma allo stesso tempo unito a tutti gli altri disegni da tre elementi comuni: una balena, un fiore e un astro. La balena simboleggia di quando ti viene in mente di spostare un materasso perchè non hai voglia di rifare il letto.

Scherzo, ma se vi piace l’idea, e se avete sempre voglia di leggere quello che scrivo, seguitemi: cerco di scrivere un post alla settimana e su instagram ci sono tutti i giorni, conservo il mio mix di poesia e demenza.

Voi come state?

Vi lascio con qualche foto di questi anni!

http://www.biograffiti.it

L’ho fatto io!
Io molto incinta
My baby boy – un mese

Il mio trentacinquesimo compleanno

Io coi capelli corti

Una gita

Il mio Biograffiti con le mie cose

Biograffiti

Oggi

La mia Ceci si sposa

La mia amica Ceci tra poco si sposa, aspetto saltando il suo matrimonio e visto che non posso esserci al suo addio al nubilato la festeggio da qui.

Mia cara Ceci, mentre scrivo penso alla tua risata e mi viene da ridere, sarebbe bello essere insieme a te oggi a festeggiare. Sono contenta che tu sia venuta in visita a dicembre e abbiamo potuto passare  un po’ di tempo insieme. Siamo amiche da un sacco di anni, ci siamo incontrate a Glasgow nel 2006 e da allora ci siamo incrociate in giro per l’Europa lungo gli anni: sono venuta a Parigi appena laureata, quel piccolo viaggio in Francia a trovare amiche era il mio regalo di laurea e a Parigi ho trovato te, Pulgas e Arthure nella tua piccola mansarda, poi visitata in altre occasioni sempre con gioia e trepidazione. Sei venuta tu a trovarmi a Berlino, Glasgow e Asti, sconvolgendo il pizzaiolo dei Toscanacci con la tua pizza Frankenstein e sempre con regali bellissimi , un rossetto dal colore meraviglioso, orecchini  e bracciali che azzeccano il mio gusto alla perfezione: a volte le persone che ti vogliono bene sanno colpire con un dono mente cuore e occhi in simultanea, tu sei bravissima in questo. Per i miei trent’anni mi ricordo ancora un pacco dalla Francia pieno di biscotti, tazze e amicizia da parte tua, lontana ma sempre vicina. Del nostro weekend invernale ricordo la bella passeggiata su per Conic Hill sotto un sole arrivato apposta per noi e il tuo riuscire a trovare una pozzanghera di melma invisibile e finirci dentro fino al polpaccio, una scena indimenticabile. Bere Cosmopolitan insieme e mangiare la torta celiaca fatta da me per festeggiare il tuo compleanno, cosi’ buona che ti ha fatto perdere una mano e poi i nostri apero’ su Skype, connettendo salotti tra Scozia e Francia, allungando le braccia alla nostra amicizia senza mai diluirla, ripensando il quotidiano come a un posto dove sei spesso insieme a me, anche quando non con me.

IMG_6315IMG_6333IMG_6330IMG_6352IMG_6349IMG-20151213-WA0001IMG_6419IMG_6421IMG_6432IMG_6429

Cara Ceci, e’ bello poter condividere la vita con te, in questo modo lontano ma mai distante, sempre presente con affetto e attenzione. Non vedo l’ora di essere con te nel giorno del tuo matrimonio e in molti altri ancora, come abbiamo fatto fino ad oggi.

                                                                                                                                      Ti voglio bene!

xoxo

IMG_6453

24×4 fa più di 96

La forma del ritorno è binaria, dico che torno a casa sia alla partenza che all’arrivo tre giorni dopo. In questo movimento io sono la marea tra la spiaggia e il centro del mare, che marea è mare spiaggiato e io cuore italiano scozzesizzato.

Tornare sarebbe solo arrivare senza nessuno ad aspettare, invece io torno sempre, ho la fortuna di amici resistenti e di una mamma che chiede ancora cosa vuoi che ti prepari. La risposta è sempre il carpione, per lo stupore della mia amica Vale che da Milano non lo ha mai sentito nominare mentre io pensavo fosse universale.

IMG-20160408-WA0009

Questo ritorno lo faccio a tappe: una sera a Milano da Vale che mi compra il San Daniele e la Burrata facendomi felice e per sempre amica, un treno lampo per Bologna, tre ore a Forli’ che ricorderò per la pasta alle vongole e il semifreddo al lamponi più buoni del mondo, la strada familiare verso Asti casa e un aereo che riparte da Torino. Quattro giorni contengono più ore, più cibo, più incontri, 24×4 adesso che sono brava a fare i calcoli non fa solo più 96.

IMG_7978

24×4 adesso che faccio le proporzioni, chiedendo a google come sempre, fa cento per cento di me diviso in due pezzi costanti, cinquanta per cento con te ancora sul nostro divano e poi un cinquanta quaggiù, a mangiare, parlare, ascoltare.

Ogni giorno facciamo notte, dormo poi quando muoio come dice Tommy, adesso devo andare a salutare Francy che scuote la palla di neve che gli ho portato, c’è dentro il mostro di Loch Ness,

Che bello c’è un draghetto

Dice lui con la sua erre scivolosa, siamo fuori e io lo rapisco per un momento, che con un abbraccio quando è forte ti porti via un pezzo, e un pezzo lo lasci lì.

IMG_8005

In novantasei alla seconda ore c’è tempo per un sacco di cose: il momento pensione con Marinella e Lorenza a sorseggiare camomilla sul divano, anche se Lorenza voleva bere la birra e lo scriviamo per non rovinarle la reputazione, l’aperitivo del sabato pomeriggio dopo il parco giochi, quando Nicole cerca di bere il mio prosecco e io la lascio fare, sono l’amica di mamma dall’estero, ho la flessibilità sventata di chi non mette le calze col vento, siamo ad Aprile e oggi è la mia primavera. La cena con le vecchie amiche, il ridere sempre un casino e il prendersi in giro, il riuscire a vedere tutti o quasi, in uno sforzo collettivo che mi fa sempre stupore e amore. Le chiacchiere di fine serata in piazza con Kiki, l’altalena del tornare indietro e poi guardare avanti, quelle conversazioni che amo da sempre coi nostri ricordi e le domande del poi. Fiorio a ogni costo prima di partire trascinando la valigia sui ciottoli, il pensiero del gelato che scioglie la fatica.

I messaggi per te, così ci sei anche tu qui con me.

E poi tutte queste foto per ricordarmi di ogni minuto, lungo come l’universo, pieno di tutto.

IMG_7953IMG_7956IMG_7961IMG-20160407-WA0020.jpg

IMG_7983IMG_7980IMG_7990IMG_7989IMG_8023IMG_8026IMG_8037.JPG

IMG_8040IMG_8058IMG_8061.JPGIMG-20160409-WA001220160409_210843IMG_8065IMG_8068IMG_8067