Ricordi di Berlino

Ogni tanto mi tornano ricordi di un’altra vita, che era mia ma sembra una cosa lontana, caduta dalla tasca di qualcuno che conoscevo. Un po’ perché la mia vita è cambiata tanto negli anni, e poi perché quest’anno compio quarant’anni e questo vuol dire che ho ricordi di vent’anni fa, vividi come se avessi vent’anni domani.

Un posto che ogni tanto mi appare nei ricordi come uno spettro, è Berlino.

Era il 2010/11, lavoravo part-time in un posto dove si facevano hamburger, currywurst, patatine fritte. La mattina andavo a una scuola di tedesco organizzata dal comune, e, quando non andavo in biblioteca con Marta e Elisa, il pomeriggio friggevo cose in questo posto in Friedrichshein. C’era un vecchio uomo tedesco che lavorava lì, non ricordo il suo nome. Ricordo la prima volta che avevamo lavorato nello stesso turno: era un momento di fretta, il locale affollato, lui mi aveva detto cosa fare e io non lo avevo fatto, lui aveva continuato a ripetere incazzandosi sempre di più e alzando progressivamente la voce, quasi incredulo. Per un po’ aveva pensato che io fossi deficiente, poi la realizzazione nei suoi occhi: ma tu non capisci. Non capisci cosa sto dicendo. E no, non stavo capendo niente in tedesco. Ricordo la sua bocca digrignata e io che guardo dei suoni uscire.

Un’altra volta, qualche tempo dopo, sarà stato intorno a maggio. Lavoro da qualche mese, sono nel pieno del mio tedesco, non lo parlerò mai più così bene, ma in quel momento non lo so. Quando lavoro parlo sempre in tedesco, sono immersa. Arriva un gruppo di americani, mi parlano in inglese. Io ovviamente capisco, cerco di rispondere: non esce niente. Sento letteralmente il mio cervello che cerca delle parole in inglese e le riceve in tedesco. Sento un blocco fisico – non dimenticherò mai la sensazione, come se cercassi di connettere dei cavi nella mia testa, che so essere lì, ma non trovassi le prese dove infilarli.

Una cosa stranissima, come quando mi avevano operato e mi ero risvegliata dall’anestesia ancora in sala operatoria, e nel panico avevo provato a muovere le dita dei piedi, ma loro niente. Io le guardavo intensamente, cercando di indirizzare tutta la mia volontà verso di loro, ma non c’era seguito al mio comando.

Mi piace ogni tanto trovare questi ricordi, prenderli sulle gambe come fossero gatti, vederli connettersi tra loro e poi guardarli sparire.

Tornare al presente.

Buon 2022

Buon anno amici e amiche, come state?

Continuo a cancellare frasi perché oggi vorrei lamentarmi di tutto, sembro una capra. Non posso permettere che questo primo post dell’anno sia una lagna, quindi spargo cose belle da usare per stare a galla.

Il mio bambino Cosmo, che adesso ha quattro anni e mezzo, chiama il vaccino: The Bacino. Secondo me se fosse chiamato così ufficialmente, anche Djokovic lo farebbe.

*

L’altro giorno in bagno ci preparavamo per andare all’asilo.

What’s that? Mi chiede.

Questa è una calzamaglia, baby.

Oh, I like it. Calzajumper.

E poi ci pensa e aggiunge: socksjumper!

Oggi invece l’ha chiamata calzinijumper.

In pratica, questo è il bilinguismo.

*

Infine, l’altro giorno Cosmo chiedeva a Siri qualcosa a che fare con un jet pack. In qualche modo è riuscito a mandare un messaggio scritto con la dettatura vocale dal cellulare di suo papà a me, che gli sedevo accanto. Eccolo:

*

Vi lascio con la bellezza della neve in un giorno di sole qui a Eaglesham. Abbasso le capre, viva le pecore.

Juanito

Mia nonna Pina era nata in Argentina, come le sue sorelle. Poi era tornata in Italia nel suo paesino di origine, Pietra Marazzi, vicino ad Alessandria. I nomi dei paesini in Italia contengono sempre del fascino remoto e basta dirli per vederli: Grazzano Badoglio, Piovà Massaia, la corriera per raggiungerli che solo a pensarci torno al liceo.

Poi mia nonna era tornata in Argentina con mio nonno, e vicino a Buenos Aires era nata la mia mamma, con una testa di capelli rossi che non si sapeva da chi avesse preso, forse da una prozia di cui nessuno ricordava molto. Mia mamma che mi racconta di quella volta che il maestro di tango aveva fatto ballare lei, sorda, e aveva detto che era stata più brava di tutte le altre. Oppure di un armadillo che girava per le strade polverose, fatte di fango. Che preziosi questi ricordi che a non dirli si sgretolano. Che tuffo a pensare al passato e al futuro del mondo e a come si espande nello spazio, eppure settant’anni fa in Argentina tra un milione di altre cose c’era anche lei: mia mamma, la sua storia. E oggi sul letto accanto a mio figlio perché di sotto stanno ristrutturando il pavimento della sala ci sono io, sua figlia. Mi fa sempre un’impressione di vertigine quando esercito il cervello a concepire il mondo e a vedere me e la mia storia come una parte di questo flusso costante e inarrestabile che iniziò in un prima buio di stelle e che finirà in un buco di luce, e l’unica parola che si può dire è: chissà?

Più avanzo e più noto come io sia mia mamma: la trovo nelle mie espressioni e nel viso allo specchio quando raccolgo i capelli, e poi quando mangio in piedi, soprattutto se è una cosa croccante. Mia mamma roditore di cose piccole, io roditrice, mio figlio che a quattro anni sa benissimo che uva gli piace mangiare, vuole uno snack, e poi un altro e un altro ancora: coltiviamo nei geni il gusto per il piccolo e buono.

Poi io sono anche mio papà: nelle cose fatte con poca cura e nello spirito che non si fa mai dileguare, nel sorriso sornione e nella risata che scoppia.

Ieri che mia sorella mi diceva che lei non lo sapeva che mia nonna era nata in Argentina, le ho detto la prossima volta ti racconto anche del nostro mezzo fratello Juanito – non esiste Juanito, non iniziate ad agitarvi. Però che bella la confidenza della stupidità, inventarsi che ha un arto di aquila utile in certe occasioni, che usa per aprire il tonno.

Juanite

Due libri per capire la vita

Il dieci ottobre di ogni anno è il mio compleanno: oggi vorrei fare un regalo a voi condividendo alcune cose che sto leggendo in questo periodo.

In questo ultimo mese mi sono chiesta più volte quale sia il perchè della sofferenza, e mi sono posta domande più estese sul senso della vita. In Regno Unito è accaduto un grave fatto di cronaca che per la sua violenza e ferocia mi ha impedito di ignorare il male. Mi ha colpito la dignità della famiglia della vittima, e mi ha terrorizzato l’assenza di cura al loro dolore. Accadono poi cose quotidiane alle persone amate – malattia, sterilità, sfortune – che ci fanno chiedere come si possa reagire alla vita senza perdere la forza e la speranza.

E’ interessante che le risposte a questi interrogativi siano arrivate a me attraverso libri che non ho cercato: il primo, “L’uomo in cerca di senso: Uno psicologo nei lager” di Viktor Frankl era citato in un post di instagram di Laura Imai Messina, di cui amavo il blog ed ora affermata scrittrice. Il secondo ha a che fare con la casa editrice TopiPittori, a cui un mese fa circa avevo mandato un testo. Per il mio testo non c’è seguito, ma mi è rimasto impresso quello che avevo letto sulla storia della casa editrice: citavano Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, di Bruno Bettelheim, edito da Feltrinelli, “saggio da cui sarebbe meglio non prescindere, nel caso si volesse tentare un approccio con la letteratura per ragazzi.”

Sono due libri in teoria diversi, li accomuna stranamente – o forse no – il fatto che entrambi gli autori siano austriaci, di famiglia ebraica e psicologi/psichiatri.

Ho iniziato a leggere prima Uno psicologo nei Lager e solo dopo Il Mondo Incantato, che ho appena iniziato. Mi colpisce come entrambi i libri sembrino offrire risposte alle domande che mi sto ponendo, e diano spunti che sono paralleli, ognuno in una dimensione a sè stante.

Uno psicologo nei Lager è un memoriale che racconta fatti gravissimi, come si evince dal titolo, ma offre una rivelazione sulle potenzialità della natura umana che è capace di prescindere dagli eventi ed elevarsi, nonostante tutto.  La citazione che mi aveva colpito e portato a questo libro era proprio come si potesse sempre “mutare una tragedia personale in un trionfo”.

Il mondo incantato è un saggio che analizza il genere letterario della fiaba per mostrare come questa forma d’arte sia creata per mostrare ai bambini, ma non solo, come destreggiarsi di fronte alle avversità che la vita, che non è tutta rose e fiori, ci porrà di fronte.

Vorrei riportare alcuni passaggi di entrambi i libri, e lasciarvi col consiglio di leggerli. Altri spunti che non approfondisco in questa sede ma che non voglio dimenticare riguardano la bellezza della natura, che non è invisibile neanche agli occhi del prigioniero, e di come proprio nella natura – in un albero, per esempio – il personaggio di una fiaba possa trovare conforto e aiuto.

E poi di come nell’amore si possa trovare una salvezza ultraterrena per Frankl: similmente Bettelheim spiega che quel ‘e vissero per sempre felici e contenti’ sia messo alla fine delle fiabe per uno scopo ben preciso, ovvero insegnare come si possa ottenere un vero beneficio nell’instaurare relazioni interpersonali durature.

“Tutto ciò che accade all’anima dell’uomo, ciò che il Lager apparentemente “fa” di lui come uomo, è il frutto di una decisione interna. In linea di principio, dunque, ogni uomo, anche se condizionato da gravissime circostanze esterne, può in qualche modo decidere che cosa sarà di lui – spiritualmente – nel Lager: un internato tipico – o un uomo, che resta uomo anche qui e conserva intatta la dignità d’uomo. […] Ed esistevano veramente, le alternative! Ogni giorno, ogni ora passati nei Lager offrirono mille spunti per questa decisione interna: la decisione dell’uomo che soccombe o reagisce alle potenze dell’ambiente che minacciano di rubare quanto egli ha di più sacro – la sua libertà interna – inducendolo a diventare solo una palla da giuoco e un oggetto delle condizioni esterne, rinunciando a libertà e dignità e rendendolo il “tipico” internato in un campo di concentramento.” Uno psicologo nei lager

“Dappertutto l’uomo è messo a confronto con il proprio destino, deve cioè decidere se farà di una mera condizione di vita una conquista interiore.” Uno psicologo nei lager

“Freud prescrive che soltanto lottando coraggiosamente contro quelle che sembrano difficoltà insuperabili l’uomo può riuscire a trovare un significato alla sua esistenza. Proprio questo è il messaggio che le fiabe comunicano al bambino in forme molteplici: che una lotta contro la gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte intrinseca dell’esistenza umana, che soltanto chi non si ritrae intimorito ma affronta risolutamente avversità inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine uscire vittorioso.” Il mondo incantato

“I nostri sentimenti positivi ci danno la forza di sviluppare la nostra razionalità; soltanto la speranza nel futuro può sostenerci nelle avversità che inevitabilmente incontriamo.” Il mondo incantato

“[…] si lasciava cadere solo chi non aveva più un sostegno interiore. In che cosa avrebbe dovuto e potuto consistere un siffatto sostegno interiore? […] Non era possibile prevedere se questa forma di vita sarebbe mai finita e quando ciò sarebbe avvenuto. Com’è noto, la parola latina finis ha due significati: fine e scopo. Quando un uomo non è in grado di prevedere la fine di un’esistenza (provvisoria), non può neppure vivere per uno scopo. Non può neppure, come l’uomo nella vita normale, esistere guardando al futuro. Di conseguenza cambia anche tutta la struttura della sua vita interiore.” Uno psicologo nei lager

Infine, per rispondere alla domanda da cui tutto è incominciato:

“La differenza è evidente: la risposta al perché del male e della morte non è in nostro potere, e la domanda è destinata ad infrangersi contro il silenzio (o la morte) di Dio; la risposta alla domanda sul per-che della vita, invece, dipende interamente da noi: sta a noi, infatti, decidere per chi o per che cosa siamo disposti a vivere, soffrire e perfino morire.” Uno psicologo nei lager

“S’impone qui un rovesciamento di tutta la problematica del senso ultimo della vita: dobbiamo apprendere, e insegnarlo ai disperati, che in verità non importa affatto che cosa possiamo attenderci noi dalla vita, ma importa, in definitiva, solo ciò che la vita attende “da noi”! In linguaggio filosofico si potrebbe anche dire: si tratta quasi di una rivoluzione copernicana; non chiediamo infatti più il senso della vita, ma sentiamo di essere sempre interrogati, come gente alla quale la vita pone in continuazione delle domande, ogni giorno e ogni ora, domande alle quali ci tocca di rispondere, dando una risposta esatta, non solo in meditazioni oppure a parole, ma con un’azione, un comportamento corretto.” Uno psicologo nei lager

I legumi

A volte cerco di diventare una versione migliore di me e questo si riflette nella spesa al supermercato, in particolare quando compro i legumi.

Quando compro i legumi vuol dire che voglio cambiare, abbracciare una nuova vita di fribre e benessere, abbandonare le schifezze.

I legumi vengono riposti in un armadietto della dispensa e dimenticati, non è mai la sera giusta per la mia zuppa di buoni propositi.

Dopo qualche mese, in particolare quando si avvicina la data di scadenza, sposto i legumi dall’armadietto alla luce della ribalta, sulla mensola, così posso vederli ogni giorno. Come se per sceglierli avessi bisogno di averli sotto il naso. Adesso fanno parte della montagna di ciarpame che diventa invisibile perchè fa parte dell’arredamento. Non è un destino semplice, essere acquistati da chi non ha intenzione di mangiarti e ricorrerebbe a qualsiasi sotterfugio psicologico pur di dimenticarti. Neanche quando li sposto per prendere il pane, mi viene in mente che potrei cucinarli. Non lo ammetto consciamente ma vedo il pensiero dormire sotto strati di consapevolezza: sto solo aspettando che scadano per delegare la responsabilità del buttarli via al loro ciclo di vita troppo breve. E’ solo un anno che sono con me, e io ho ricette pianificate per più a lungo di così.

Ieri, il giorno è arrivato. Ho chiamato mio figlio, gli ho detto:

“Tieni, gioca con questi!”

Alla fine a qualcuno hanno fatto bene.

La zuppa

And then?

L’altro giorno in macchina allacciavo la cintura di sicurezza al mio bambino.

-Mami, I am vecchio?

-No baby, tu sei giovane.

-And are you vecchio?

-Insomma, un po’ vecchia ma non troppo.

-Mami, you know, we are all going to die. (moriremo tutti, per chi non pratica il mix di inglese e italiano che mio figlio produce).

Io faccio una faccia con occhi a finestra e vengo rassicurata:

-Not now. Dopo dopo dopo, we are all going to die. (non adesso. moriamo dopo dopo dopo – lui mette tanti dopo per rendere l’idea spaziale del tempo che si estende).

-Ma chi te lo ha detto?

-YOU!

-Ah ecco.

E poi, il mio bambino mi chiede:

-And then?

E poi? Cosa succede poi, dopo dopo dopo che moriamo? Gli spiego che non lo so, nessuno lo sa.

Oggi lo porto giù – la nostra casa, come spesso accade in Scozia, ha due piani, con le camere da letto di sopra e la sala e cucina di sotto, quindi ogni mattina lui mi porge le braccia aperte per allacciarle intorno al mio collo e io lo tiro su di me e lo porto di sotto. Amo questo viaggio con una mano sul cornicione, so che non sarà per sempre, glielo dico:

-Sai che un giorno quando sarai grande non riuscirò a portarti in braccio.

-When I am grande like Bobo? (grande come Bobo, il suo fratello di 11 anni).

-E già.

-And then I am grande like Eva? (e poi sono grande come Eva? – sua sorella di 13 anni).

-E sì.

-And then I am grande grande grande like daddy! And I take you! (e poi divento grande grande grande come daddy e ti porto io!)

Poi ci pensa un attimo e mi chiede:

-But mami, when you become a bambino again? (mami, ma tu quando torni a essere un bambino?)

Forse è questa la risposta a quella domanda di prima: e poi? E poi i piccoli diventano grandi e i grandi tornano bambini, in un perfetto e misterioso cerchio di cui possiamo solo intuire il senso.

ancora vivi

La corsa del mattino

Un paio di volte alla settimana porto all’asilo il mio bambino e poi vado a correre. Lo faccio perché a volte sognavo di tornare a correre e mi emozionavo a quell’idea, e poi perché non si chiudono più i jeans, la zip esplode ogni volta che mi siedo e io non posso vivere in piedi per evitare che la mia pancia detoni le cerniere del mondo.

Ci sono vari percorsi che scelgo a seconda di come mi gira e poi per evitare le salite feroci che circondano questo villaggio: questa mattina sono andata verso un paesino che si chiama Strathaven. Sono sempre strade tranquille, dove non incontro nessuno o quasi, ma vedo tante pecore, mucche e uccelli. Oggi ho avuto una visione: con la coda dell’occhio ho intravisto qualcosa sulla mia sinistra. È stato strano perché l’ho riconosciuto per averlo visto mille volte nei film, ne avevo un’idea ben precisa ma non credo di averlo mai visto nella realtà.

Era un cavallo al galoppo. Qualcuno lo stava cavalcando sulla strada, l’ho visto correre con la criniera al vento, veloce, e poi sparire dietro la curva laggiù , oltre il prato.

Non sapevo che un cavallo al galoppo potesse essere così magnifico, era la libertà e la bellezza di una corsa del mattino, le cose che si rivelano in un giorno di solstizio.

Gravità permanente

Sarà stato un giorno di inizio estate, alla fine del pomeriggio. Uscivo da una lezione di yoga che frequentavo in quel periodo: mi rilassavo così tanto che negli ultimi minuti mi addormentavo, però odiavo quando come esercizio si doveva stare in coppia e dovevi trovare uno sconosciuto con cui scambiare mosse intime, avevo sempre paura che il prossimo esercizio sarebbe stato la tartaruga. Avevo aperto il grande portone del bel palazzo ed ero uscita in piazza Cattedrale. Avevano allestito un palco in mezzo perché quella sera c’era un concerto, avrebbe suonato Battiato. La luce d’oro di fine pomeriggio era una cosa vera, e io attraversavo la piazza per una magia siderale: non avrei potuto esistere entro i suoi confini senza un biglietto, ma ero spuntata da una porta come un viaggiatore cosmico. Non c’era ancora quasi nessuno, solo gli adetti ai lavori, distratti e indaffarati. In quel perfetto attimo immobile io prendevo una decisione e andavo a sedermi in prima fila, camminando sicura verso la mia destinazione. L’azione del destino era iniziata chissà quanti anni fa, quando per la prima volta avevo ascoltato la musica di Battiato e mi aveva fatto sorridere – il sorriso che fai quando trovi qualcuno più intelligente di te, da cui puoi imparare qualcosa. Ero emozionata ed era un momento solo mio, come non ce ne sono più spesso. La libertà vertiginosa del non dover rendere conto a nessuno, neanche al tuo telefonino. Nessuno mi aspettava, nessuno sapeva che ero lì: c’eravamo io e quel palco, la gente che poco per volta arrivava, la mia posizione di privilegio, così vicina.

Di quel concerto ricordo la bellezza della sera e il potere delle parole che evocano: le canzoni di Battiato si vedono. Non c’è nient’altro da raccontare, ci sono solo io che sono seduta ad ascoltare.

Questo racconto è per non dimenticare, ma ancora di più per condividere con voi un momento magico, a cui non ripensavo da tanto. Un incontro segreto tra me e Battiato, in quel periodo della vita dove le coincidenze si dischiudevano e il mio futuro era un mistero intrigante. Ora che lo conosco non posso che pensare, che è bellissimo perdersi in questo incantesimo.

Progetti finanziari innovativi

Questa mattina dopo colazione parlavo del mio progetto Biograffiti con il mio partner Rolfe.

– Stavo pensando, immagina se chiedessi a un tot di persone di investire in Biograffiti.

– Cioè?

Sì, chiederei a tipo cinquecento persone di investire diciamo dieci, per accumulare capitale. Così noi cinquecento saremmo i fondatori.

– Ma poi come funziona?

– Allora, poi entrano altre persone in un altro ciclo, pagando il doppio, e con i loro soldi le persone che hanno investito inizialmente rientrano del loro investimento e guadagnano. E via così, poi con un terzo flusso di investitori. Una via di mezzo tra il mercato azionario e i bitcoin.

– Ma guarda che questo è un Ponzi scheme! Una via di mezzo tra Ponzi scheme e prigione. Poi cosa succede quando finisce il flusso di investitori, chi dà i soldi agli ultimi arrivati?

– […]

Riru Mont e Charles Ponzi, menti affini truffaldini.

Per rallegrarvi la giornata

Un giorno di questi ho lasciato il mio bambino di tre anni e mezzo con la nonna e sono andata a farmi la doccia. Erano belli insieme sul divano, si erano scambiati gli occhiali, me ne sono andata contenta, con l’immagine di loro complici seduti accanto.

Passano pochi minuti e il mio bambino mi raggiunge in bagno. In mano tiene il telefono della nonna, lo tiene rivolto verso di me, una di quelle situazioni che conosco bene, dove c’è qualcosa da risolvere che lui non riesce a sistemare.

Il mio sguardo si posa sullo schermo, ci sono io riflessa, sto facendo la doccia e questa è una videochiamata con una persona sconosciuta.

Pianto un grido e mi accuccio tentando di interrompere la comunicazione e l’ultima cosa che vedo prima di riuscirci è la faccia di una signora che si copre la bocca con la mano, sta ridendo come nei cartoni.

Signora Anna Maria, compagna di scuola di mia mamma, è un grandissimo piacere conoscerla.

Del cordoglio

Ricky Gervais dice che da sempre nella sua famiglia il crimine più grande è essere noioso. Persino al funerale della mamma, lui e i suoi fratelli riescono a ridere: quando il parroco, per scrivere un’omelia, chiede loro che tipo fosse, suo fratello risponde che era una razzista convinta. Il parroco scioccato dice che non può descriverla così, e allora gli dicono, dai, scrivi che amava il giardinaggio. Sempre al parroco danno i nomi dei quattro figli, che li menziona durante la funzione creando grande ilarità: gli avevano dato uno dei nomi sbagliato.

Chi si augura serietà al proprio funerale, come se il dolore potesse avere solo quella forma e quel tempo? Come se la misura del bene dopo la morte fosse da calcolare in lacrime. Io vorrei che il mio ricordo mietesse sorrisi e risate: la volta che al compleanno di Kiki ho dato la torta ai camerieri senza dire che era una torta gelato, e a fine cena abbiamo bevuto il dessert. La volta che era il mio primo giorno di lavoro e avevo comprato delle scarpe nuove, ma mi avevano dato due scarpe sinistre. La volta che siamo andate a sentire i Blur a Londra. La volta che mi sono innamorata perdutamente.

E’ morto mio papà, aveva 78 anni, non stava bene da un po’, da più di tre anni era in casa di riposo con un Alzheimer che non gli faceva riconoscere nessuno, forse un po’ solo la mia mamma. Ci sono state alcune settimane difficili, quelle dell’incertezza e dello spavento ad ogni vibrazione del telefono: il prepararsi all’idea di perdere un genitore, temere per il suo dolore e spaesamento, sentire un malessere come prima di uno strappo.

Il giorno che quella telefonata è arrivata, ho prenotato un volo e il giorno dopo sono tornata, mentre scrivo sono ancora qui. Mia sorella mi ha chiamato la mattina appena è successo, ci siamo sentite un po’ di volte quel giorno. In una delle chiamate del pomeriggio ho risposto dicendo, sai, almeno adesso non ho più l’ansia quando rispondo. E lei mi ha detto: ti devo dire una cosa… è mancato il papà.

Al suo funerale mia nipote di due anni e mio figlio di tre hanno ricordato alla morte che rimane la vita. Io e mia sorella, insieme in prima fila con la mia mamma, abbiamo sbagliato tutte le volte che bisognava stare in piedi o sedute, perché non avevamo nessuno davanti da copiare.

Mio papà se ne va con tre rose sul ventre, un amo da pesca e una biro nel taschino: lo salutiamo con un sorriso e una risata, a lui sarebbe piaciuto così.

Svuotare il mare

È incominciato un nuovo anno e io sono davanti al mare con un cucchiaino, un foglio con le istruzioni di fianco a me:

Svuotalo.

Mi guardo intorno sulla spiaggia e le persone accanto a me trovano un modo: chi usa la pazienza, chi il sogno, chi la costanza. Li invidio un po’, poi mi assento, non riesco a concentrarmi neanche nelle mie meschinità.

Guardo il cucchiaino e mi vedo riflessa: sono imprigionata in un’espressione che è di mia madre, quella che dice, questa vita è un oltraggio.

Latito sulla riva e faccio piani senza convinzione: iniziare metodica dal basso a sinistra, un cucchiaino per volta; oppure usare il cucchiaio come una mazza, sperare di svuotarlo a schizzi.

Il mare non mi corrisponde: lo abbraccio e lui cola, lo calcio e lui fiore. Se forse ci appoggio la testa diventa un cuscino sonoro, mi serve soltanto un momento, riposo per prendere fiato.

Svuotare il mare, convincersi che è difficile ma non impossibile. Pensa se diceva:

Camminaci sopra.