Bomba di bene

In questi anni di cose accadute ho perso un’amica. Cosa succede a chi muore? Dove va l’amore? Lei era fatta di bene, la sua assenza ha reso il mondo più concavo, lo spazio che riempiva con grazia non comune è rimasto vuoto e se ci guardi dentro rischi di precipitare, non mi sembra di intravedere il fondo di questo burrone, però vorrei immaginarlo come essere seduti sul confine del mondo con le gambe che penzolano su un’altra galassia incomprensibile e mai vissuta, ma perfetta e generosa, un posto dove cadere senza paura quando sarà il momento, un tempo dove divento il mondo in un secondo, un abbraccio del cosmo che mi porta a compimento, piuttosto che il nulla che esplode io voglio una bomba di bene. È un paradosso avere paura di non esserci più, chi lo dice è filosofo ma io mi terrorizzo lo stesso al pensiero.

Sono passati mesi, anni, rimane strano quello spazio vuoto, lo scrivo per chi quando guarda c’è un buco.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande.
Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lí?
Quando é cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole, é forse solo un sogno?
Non é solo l’apparenza di un mondo davanti a un mondo,
quello che vedo, sento e odoro?
C’é veramente il male e gente veramente cattiva?
Come puó essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare?
E che un giorno io, che sono io, non saró piú quello che sono?

Il cielo sopra Berlino mi fa sempre pensare a lei.

Nuovi inizi

Ciao. Che effetto tornare a scrivere su questo blog e quanto affetto dimenticato ci ho ritrovato dentro: sia quello che veniva da me scrittrice, sia quello che mi tornava indietro da voi lettori, così familiari dopo tanti anni di storie. E’ vero come mi ha scritto Tiziana: non si sparisce così. C’è persino un termine ora: ho fatto ghosting, vi ho amato e poi fantasmato. Se siete ancora qui, vi aggiorno.

Adesso ho quasi trentotto anni, li compio tra poco, meno di un mese. Sono sempre a Glasgow! Vivo in una casa appena fuori città. In questo momento sto ascoltando “In a Sentimental Mood” di John Coltrane, è jazz, e l’ultima volta che ho scritto questo blog non sapevo neanche chi fosse. Invece adesso mi piace tantissimo, l’inizio della canzone mi fa un effetto di magico scioglimento del cuore. Qualcosa è cambiato quindi di me, ma qualcosa è rimasto uguale.

Vi racconto questo: l’laltro giorno cambiavo le lenzuola al letto, un king size pachiderma, e mi sono resa conto che il lenzuolo era ancora umido. Io lo avrei lasciato così, ma sapevo che chi dorme con me non avrebbe apprezzato, e allora ho pensato che dovevo avvicinare il materasso a una fonte di calore. Allora, con enorme fatica, ho iniziato a spostare il materasso in tutta la sua interezza, smuovendolo centimetro dopo centrimetro. Visto che abbiamo un letto con ripostiglio sotto, appena ho spostato abbastanza il materasso le molle del letto sono partite, il meccanismo si è aperto e mi sono ritrovata a bilanciare un grasso materasso mezzo su di me e mezzo sul letto ormai quasi a novanta gradi. Il termosifone non è lontano, ho pensato. Solo che per terra era pieno di roba, pezzi di treno, rotaie: il breve spazio tra me e il termosifone era un campo minato di casino, e io non riuscivo a spostare con successo quel coso enorme, era veramente pesante. A quel punto, la voce che fino a quel momento mi aveva sussurrato “cosa stai facendo?” ha iniziato a gridare. Togli il lenzuolo dal materasso, Riru! Cosa stai facendo? Sei completamente impazzita? Guardati, schiacciata da un materasso King Size, coi piedi tra due trenini, che cerchi di raggiungere un minuscolo termosifone solo perchè non vuoi dover togliere e rimettere il lenzuolo un’altra volta. Quale mente potrebbe studiare una soluzione del genere? Mi sono finalmente arresa, ho tolto il lenzuolo, ho messo quello a riscaldarsi, e con fatica ho spinto il grassone sul letto, rischiando di rompere il meccanismo (questo l’ho scoperto dopo).

Vi racconto questa storia perchè quando ci ripenso ancora rido per l’assurdità e realtà di tutto quello che riporto. Sono sempre io.

Quali altre notizie riportare alla mia Itaca? Che sono una mamma, questo è importante. Ho un bambino di tre anni! E due figliastri di dieci e dodici anni. Sono una mamma, una matrigna, una trasportatrice di materassi, e una volta in questi anni ho tagliato i capelli corti, ma davvero corti. Adesso sono ricresciuti ma vi lascio qualche foto, perchè io sarei curiosa.

L’anno scorso a dicembre ho smesso di lavorare per la mia azienda, quella dove una volta a uno che mi chiedeva se fosse una umbrella company avevo detto no, che non facevamo mica ombrelli. Forse meritavo la redundancy che alla fine, inesorabile, è arrivata. Per me è stata un’occasione: pensavo da tanto che il tempo in ufficio sembrasse sprecato, immagino sia un pensiero comune. Nel 2020, con le interessanti variabili aggiunte dalla pandemia globale, ho creato un mio progetto, che coniuga scrittura, disegno e quel qualcosa di business che in questi otto anni in azienda ho imparato: si chiama Biograffiti, biografie disegnate, c’è un sito, un business plan, una pagina facebook e una instagram. L’idea è che ognuno di noi è una storia, e ognuna di queste storie accanto alle altre popola il mondo. Come vogliamo che sia raccontata la nostra storia? Quali elementi scegliamo per raccontarci e presentarci agli altri? Nei miei disegni biografici uso i dettagli che ogni persona mi fornisce, per creare un mondo surreale e poetico, individuale ma allo stesso tempo unito a tutti gli altri disegni da tre elementi comuni: una balena, un fiore e un astro. La balena simboleggia di quando ti viene in mente di spostare un materasso perchè non hai voglia di rifare il letto.

Scherzo, ma se vi piace l’idea, e se avete sempre voglia di leggere quello che scrivo, seguitemi: cerco di scrivere un post alla settimana e su instagram ci sono tutti i giorni, conservo il mio mix di poesia e demenza.

Voi come state?

Vi lascio con qualche foto di questi anni!

http://www.biograffiti.it

L’ho fatto io!
Io molto incinta
My baby boy – un mese

Il mio trentacinquesimo compleanno

Io coi capelli corti

Una gita

Il mio Biograffiti con le mie cose

Biograffiti

Oggi

La mia Ceci si sposa

La mia amica Ceci tra poco si sposa, aspetto saltando il suo matrimonio e visto che non posso esserci al suo addio al nubilato la festeggio da qui.

Mia cara Ceci, mentre scrivo penso alla tua risata e mi viene da ridere, sarebbe bello essere insieme a te oggi a festeggiare. Sono contenta che tu sia venuta in visita a dicembre e abbiamo potuto passare  un po’ di tempo insieme. Siamo amiche da un sacco di anni, ci siamo incontrate a Glasgow nel 2006 e da allora ci siamo incrociate in giro per l’Europa lungo gli anni: sono venuta a Parigi appena laureata, quel piccolo viaggio in Francia a trovare amiche era il mio regalo di laurea e a Parigi ho trovato te, Pulgas e Arthure nella tua piccola mansarda, poi visitata in altre occasioni sempre con gioia e trepidazione. Sei venuta tu a trovarmi a Berlino, Glasgow e Asti, sconvolgendo il pizzaiolo dei Toscanacci con la tua pizza Frankenstein e sempre con regali bellissimi , un rossetto dal colore meraviglioso, orecchini  e bracciali che azzeccano il mio gusto alla perfezione: a volte le persone che ti vogliono bene sanno colpire con un dono mente cuore e occhi in simultanea, tu sei bravissima in questo. Per i miei trent’anni mi ricordo ancora un pacco dalla Francia pieno di biscotti, tazze e amicizia da parte tua, lontana ma sempre vicina. Del nostro weekend invernale ricordo la bella passeggiata su per Conic Hill sotto un sole arrivato apposta per noi e il tuo riuscire a trovare una pozzanghera di melma invisibile e finirci dentro fino al polpaccio, una scena indimenticabile. Bere Cosmopolitan insieme e mangiare la torta celiaca fatta da me per festeggiare il tuo compleanno, cosi’ buona che ti ha fatto perdere una mano e poi i nostri apero’ su Skype, connettendo salotti tra Scozia e Francia, allungando le braccia alla nostra amicizia senza mai diluirla, ripensando il quotidiano come a un posto dove sei spesso insieme a me, anche quando non con me.

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Cara Ceci, e’ bello poter condividere la vita con te, in questo modo lontano ma mai distante, sempre presente con affetto e attenzione. Non vedo l’ora di essere con te nel giorno del tuo matrimonio e in molti altri ancora, come abbiamo fatto fino ad oggi.

                                                                                                                                      Ti voglio bene!

xoxo

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24×4 fa più di 96

La forma del ritorno è binaria, dico che torno a casa sia alla partenza che all’arrivo tre giorni dopo. In questo movimento io sono la marea tra la spiaggia e il centro del mare, che marea è mare spiaggiato e io cuore italiano scozzesizzato.

Tornare sarebbe solo arrivare senza nessuno ad aspettare, invece io torno sempre, ho la fortuna di amici resistenti e di una mamma che chiede ancora cosa vuoi che ti prepari. La risposta è sempre il carpione, per lo stupore della mia amica Vale che da Milano non lo ha mai sentito nominare mentre io pensavo fosse universale.

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Questo ritorno lo faccio a tappe: una sera a Milano da Vale che mi compra il San Daniele e la Burrata facendomi felice e per sempre amica, un treno lampo per Bologna, tre ore a Forli’ che ricorderò per la pasta alle vongole e il semifreddo al lamponi più buoni del mondo, la strada familiare verso Asti casa e un aereo che riparte da Torino. Quattro giorni contengono più ore, più cibo, più incontri, 24×4 adesso che sono brava a fare i calcoli non fa solo più 96.

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24×4 adesso che faccio le proporzioni, chiedendo a google come sempre, fa cento per cento di me diviso in due pezzi costanti, cinquanta per cento con te ancora sul nostro divano e poi un cinquanta quaggiù, a mangiare, parlare, ascoltare.

Ogni giorno facciamo notte, dormo poi quando muoio come dice Tommy, adesso devo andare a salutare Francy che scuote la palla di neve che gli ho portato, c’è dentro il mostro di Loch Ness,

Che bello c’è un draghetto

Dice lui con la sua erre scivolosa, siamo fuori e io lo rapisco per un momento, che con un abbraccio quando è forte ti porti via un pezzo, e un pezzo lo lasci lì.

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In novantasei alla seconda ore c’è tempo per un sacco di cose: il momento pensione con Marinella e Lorenza a sorseggiare camomilla sul divano, anche se Lorenza voleva bere la birra e lo scriviamo per non rovinarle la reputazione, l’aperitivo del sabato pomeriggio dopo il parco giochi, quando Nicole cerca di bere il mio prosecco e io la lascio fare, sono l’amica di mamma dall’estero, ho la flessibilità sventata di chi non mette le calze col vento, siamo ad Aprile e oggi è la mia primavera. La cena con le vecchie amiche, il ridere sempre un casino e il prendersi in giro, il riuscire a vedere tutti o quasi, in uno sforzo collettivo che mi fa sempre stupore e amore. Le chiacchiere di fine serata in piazza con Kiki, l’altalena del tornare indietro e poi guardare avanti, quelle conversazioni che amo da sempre coi nostri ricordi e le domande del poi. Fiorio a ogni costo prima di partire trascinando la valigia sui ciottoli, il pensiero del gelato che scioglie la fatica.

I messaggi per te, così ci sei anche tu qui con me.

E poi tutte queste foto per ricordarmi di ogni minuto, lungo come l’universo, pieno di tutto.

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Cose che ho imparato a marzo

A Marzo ho imparato che sono nel tempo come la puntina su un disco che gira, mi godo 360 gradi di diversita’ e poi ritorno al punto di partenza. In bagno allo specchio pensavo se davvero si puo’ cambiare oppure se si va solo in incognito da se stessi, ci si sforza in un esercizio di disciplina fino al giorno in cui una cosa fuori posto fa tornare il disordine in una stanza il cui caos avevi contenuto per diverso tempo. Un po’ sono cambiata davvero pero’, adesso che penso a questo, perche’ sono diventata ordinata mentre prima ero un casino. Amo che casa sia bella ad ogni nostro ritorno e trovarla fiorita al risveglio, piena di colore e bellezza.

Questo mese fanno tre, osservo e sono osservata. Per i bambini l’analisi del mondo e’ una sintesi di esattezza concentrata, dagli un attimo e ti hanno inquadrato i tratti essenziali. Non serve costellare di parole per definire, basta sapere cosa ti piace fare, cosa ti piace mangiare e dove ti fa il solletico. Io sono quella che disegna, non resiste alle fruttella e non ha un tickly spot, me lo sono fatto passare col potere della mente.

A Marzo infine ho scoperto che sarebbe molto pericoloso avere un camper perche’ la gente nella notte verrebbe a spingerlo e buttarlo nel mare.

In questi mesi la vita qui non smette di farmi riempire di bellezza e gite, in Scozia sono sempre esploratrice.

E quando ci ripenso mi sembra spesso il sole.

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La lingua che penso

Di solito non ci penso, e’ come respirare e leggere, parte di tutti quei fantastici fenomeni che ci compongono e che ormai succedono senza nota e senza sforzo. Poi un giorno esco dal mio flusso e per un attimo ci faccio caso, vedo lo scorrere delle lingue nella mia testa come treni che si incrociano e mentre sto leggendo in inglese Grazia Magazine noto i pensieri che escono in italiano. E’ tutto parte dello stesso grande codice che uso per decifrare il mondo, ognuno di noi ne ha uno fatto di idiomi e interpretazioni.

Succede con naturalezza, le mie due lingue stanno sedute vicine e escono quando il mondo le chiama, l’inglese corretto e efficiente anche se sempre avvolto dall’italiano che lo bacia di vocali e melodia, l’italiano sempre presente e non dimenticato con cui ancora scrivo, parlo e lavoro ogni giorno della mia vita scozzese.

Mi ricordo nell’anno a Berlino che il mio cervello era cosi’ assorto nell’assorbire e interiorizzare il tedesco, soprattutto mentre lavoravo in un caffe’ circondata da autoctoni, che quando alla cassa arrivavano clienti che parlavano inglese io facevo molta fatica a parlarlo. Mi ricordo distintamente lo sforzo di resuscitarlo, sbattevo le palpebre attonita, chiedevo inglese e il mio cervello mi dava tedesco. Adesso del tedesco ha fatto quasi tabula rasa non usandolo mai, anche se ogni tanto in sogno lo parlo, viene fuori da chissa’ dove.

Spero che due lingue dentro siano come una palestra del cervello, che me lo mantengano agile anche da vecchio e che continuino ad espandersi come l’universo piuttosto che erodersi spazio. A volte sembra di aver smesso di assorbire in inglese, spesso conosco le parole che incontro ma non sarei capace di sceglierle attivamente quando sono io a parlare, piu’ sono corte e peggio e’, non mi danno il tempo di ricordare. Chissa’ se ci vogliono anni, o solo piu’ impegno, o se alla fine va bene cosi’ perche’ il cervello tiene quello che serve, il resto lo butta per fare spazio a cose nuove e utili, come in Inside Out.

C’e’ una cosa che mi fa sempre ridere quando succede, soprattutto quando sono in Italia: sto parlando in italiano, parlo parlo e dico una parola in inglese. Click, e’ come spingere la levetta di un interruttore, oppure quella leva nelle stazioni che risetta i binari e fa cambiare corso al treno. Sentendo la parola inglese il mio cervello si adatta e le parole successive escono in inglese anche loro, spinte fuori dalla logica dell’abitudine e dell’adattamento. Mi fa sorridere il loro zelo, si guardano intorno fuori luogo chiedendosi perche’sono state interpellate, in uno sbuffo spariscono sostituite dai suoni italiani ma restano sull’attenti appena dietro le quinte, pronte a uscire quando serve.

L’importante, alla fine, e’ che non capiti piu’ di sentirmi ordinare una bottle di Pinot grisgio.

Cose che ho imparato a Febbraio

Febbraio finisce con grandi lezioni da piccoli maestri di meraviglia e cose altre che scopro da me e mi fa bene ricordare. Forse e’ una cosa da fare ogni giorno, quella di annotarsi la bellezza, che senza liste di cosa ho imparato a trentatre anni ci si dimentica al risveglio.

Voglio segnare prima di tutto i miei antidoti ai giorni no, quando non c’e un pezzo di faccia che stia disteso ed e’ tutto un arricciare di naso, stringere di occhi e corrucciare di bocca: in questi tempi e’ la musica che mi salva dalla trasformazione in limone. C’e’ Paul Simon con Graceland che mi resuscita il buon umore, quando arriva You Can Call Me Al io divento  rotonda e liscia come un’anguria d’estate, e’ un album bellissimo che non mi stanca mai. Poi c’e’ Florence, parte Dog Days are Over e io passo dal coma alla corsa in un dlingy dlingy. Per ultimo tengo l’arma segreta, con questa canzone e’ inevitabile abbracciare la gioia, di quelle un po’ mentecatte: Cheerleader, OMI. Io amo questa canzone, amo sentirla per caso in piscina oppure al supermercato, e poi sceglierla apposta per resettarmi.

Voglio anche ricordarmi delle soddisfazioni dei propri traguardi e delle mie cinquanta vasche due volte alla settimana, piene di acqua e insulti in italiano appena ci entro dentro, ma anche piene di me che in questi mesi di tentativi ho imparato a guadagnare fiato e metri, fino a 1500 per volta.

E poi non voglio dimenticare altre cose, metafore leggere della vita:

  • Nella lotta tra un pinguino con la pistola e un dinosauro con la spada,  vince il pinguino
  • Scoprite il punto di solletico delle persone che vi circondano, e’ un’arma potentissima sia per gli amici che per i nemici
  • Quando ti dicono di fare finta di mangiare del toffee, o lo fai bene o te lo scordi di passare al livello successivo
  • Quando si canta tutti insieme mii maa muuu, ma ma muuu, con certezza del cento per cento a un certo punto il suono diventera’ mii maa puuu. Perche’ ci sono poche cose piu’ divertenti della cacca.

Ricordatevelo, in certe giornate di.

 

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Cose che ho imparato a gennaio

Se penso a quando ero piccola mi rivedo come una minuscola adulta occhialuta, posso ritornare con esattezza a quando ho iniziato a pensare a voce chiusa e pensavo di contenere un angelo custode, mia nonna me ne parlava sempre e pensavo ci fosse lui nel mio cervello. Mi ricordo anche che ogni sera prima di andare a dormire aprivo la preghiera con un segno della croce ma non facevo quello conclusivo, se quelle erano telefonate con Gesù volevo restare in contatto tutta la notte. Ero una piccola adulta perche’ non mi ricordo spensierata, avevo paura di essere esclusa e elucubravo molto su tutto, una volta ho scritto anche una poesia alla Madonna. Poi crescendo mi sono alleggerita, mi sono spuntate le ali e ho deciso che il mondo e’ un quadrato, se non gira e’ perche’ devi provare un altro lato. Ridere del mondo e’ un esercizio che va allenato, per non dimenticarmene mi segno qui cose imparate di recente dai bambini:

La spaccata se ti gira puoi farla anche al museo. Idem per  ballare. Idem per saltare in tondo con le orecchie da coniglietto.

Le emozioni sono esplosioni, se le detoni esplodono comunque, solo dentro. Lascia la rabbia colare e la felicità assordare chi ti sta intorno.

Se vuoi imparare le parole devi iniziare a usarle, se non le conosci ancora prendile dalla bocca degli altri e mangiale a modo tuo. All’inizio saranno ibridi con le cose che conosci già, un falco pellegrino diventerà un falco pellicano ma alla fine ti ricorderai la differenza. 

Il mondo è fatto di good guys e bad guys,ogni tanto siamo in una squadra, ogni tanto nell’altra.

Posso dirti una cosa? I pinguini imperatore sono alti così .

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Far mangiare la rabbia a Enzone

Kiki mi raccontava che un giorno Franci, quattro anni, é arrivato da lei e mimando un aggrovigliamento in mezzo alla pancia le ha detto

– mamma, mi sento una cosa qui dentro, mi sento, mi sento pieno di rabbia ecco.

Un rabbia che non e’ un arrabbiatura con mimma o papo, piu’ una questione di sentimenti attorcigliati che uno raccoglie nella giornata e si arenano in un punto in mezzo, senza andare ne’ su ne’ giu’.

Ho presente di cosa parla Franci che a quattro anni e’ piu’ bravo di me a trovarsi e dichiararsi, mi rende orgogliosa che riesca a farlo cosi’ bene. Io a volte nei giorni di rabbia e’ come cenare vipere, colo di nero.

Non mi ricordo piu’ se la teoria dice che la rabbia e’ una cosa positiva, a me quando arriva sembra di aver inghiottito una mina oppure un tuono, c’e’ un rimbombo e poi esplodo e con me il mondo, poi diventiamo deserto.

La rabbia io prima la comprimevo in un origami e veniva fuori un animale della forma sbagliata, un fenicottero senza neanche una gamba, un airone senza ali. Veniva fuori che mi chiedevi

– cosa c’e’

e rispondevo

– niente,

Perche’ io della rabbia non ne volevo sapere, non fa per me, io contengo, prendo tempo e rimodello col pensiero. Solo che non funziona piu’ quando qualcuno ti dice guarda che lo vedo che il tuo origami non ha la coda, non e’ che se dici la rabbia non c’e’ lei va via.

Adesso non faccio piu’ origami, sono diventata quella che strappa il foglio in molti pezzi, mi si scalda piu’ in fretta il cuore. Lo fa di piu’ per tutto, prima ero in aria e ora sono terrena, mi accendo, faccio contatto col mondo.

Cerco sempre dopo, quando la rabbia mi ha spopolata, di darle valore e non farla essere solo un corto circuito tra cervello e cuore, non voglio che sia brutta come il suo suono che morde e abbaia senza ragione, se deve invadermi che almeno sia giusta o abbia una spiegazione.

Devo parlarne con Franci, cosa fare quando la rabbia si insedia nel cuore. Secondo me dobbiamo farla mangiare al dinosauro Enzone.

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Me lo ha detto il DNA

Secondo voi perché anche quando possiamo essere noi stessi nell’abbraccio di un divano e dimenticare che il mondo esiste fuori dal tepore di un salotto autunnale decidiamo di andare a fare una passeggiata in montagna?

Questa domanda me la sono fatta spesso, aveva solo altre forme. Mi chiedevo che com’è che non si ci ferma, non ci si accontenta e ogni tanto si rincorrono rischi per amore, paura, ambizione. Lo si vede se si guarda un uomo o un’umanità, le deviazioni e le ascese impossibili sono sempre parti avvincenti della storia.

Mi calma i sensi pensare che l’ignoto non a tutti faccia paura, che la sua ricerca sia alla base della natura umana e della sua evoluzione. I miei movimenti sono quelli del mondo alla fine, ce lo abbiamo tutti scritto.

Essendo il risultato di millenni di lotta disperata per la sopravvivenza, dunque, in questa domenica folle di tempo si parte per una gita, me lo ho detto il DNA.

E io lo ho guardato più o meno così:    

Non so se avete mai fatto una passeggiata sotto la pioggia che diventa grandine che diventa neve. Credo che tutto sia possibile, ma non con gli occhiali. Se hai gli occhiali forse muori perchè non vedi più niente e infatti poi cadi, scivolando sulle pietre viscide e nemiche. Specialmente all’inizio di un’ascesa ogni cosa è nemica: il tempo, il freddo, la fatica e soprattutto tu dentro che maledici le tue scelte domenicali e il tuo DNA fallato.

 

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Poi però ci si abitua al freddo, il tempo si rasserena e si comincia a intravedere la cima. Davvero a un certo punto diventa tutto bello e ti ricordi quando prima avresti voluto tornare indietro e sei felice e orgoglioso di non averlo fatto. Sarà utile da ricordare la prossima volta, e quella dopo ancora. Sono sempre impressionata quando mi do il buon esempio.

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Mi piace sulla strada del ritorno iniziare a pensare a cose calde, la macchina che si avvicina, immergersi in una vasca da bagno, togliere queste calze lacustri. E’ incredibile il potere dell’immaginazione, piccole cose per tenerti insieme dentro mentre fuori le dita congelano e il naso cola, cola.

Eccoci qui, siamo arrivati. Via le scarpe, fuori i panini: brie, prosciutto e patatine, come mi ha insegnato il mio pezzo di DNA scozzese.

 

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Una sera in piscina

Non ho trovato il San Bernardo, ma l'impressione era cosi'. From http://74211.com/wallpaper/picture_big/Dog-Pictures-German-Shepherd-Running-In-Snow-Eyes-Focusing-on-the-Distant.jpg

Ieri sono andata a nuotare. Il mondo puo’ infastidirti con facilita’ quando vai in piscina, perche’ e’ umido e bagnaticcio e a volte e’ come prendere il bus nell’ora di punta con sconosciuti seminudi, solo che l’ora di punta e’ imprevedibile, a volte la piscina e’ murata di gente (gergo di Antonellina) e a volte invece un luogo di quiete deserta.

I casi umani sono numerosi: ci sono i teenager che si parlano in glasweegian strettissimo producendo suoni simili a belati e che non nuotano, si tuffano solamente. Ci sono i genitori che insegnano ai figli a nuotare proprio oggi, qui e ora, creando una barriera umana e mobile in corsia. Ci sono quelli che nuotano in ottagonale diagonale. Ci sono quelli che chiunque siano oggi io li odio, me ne accorgo e mi pento e cerco di convertirmi al bene, a non abbandonarmi a questi umori vili, eppure li sento che scalciano, mamma mia oggi li odio tutti poverini. Li preferirei in strada a commettere crimini, oppure sul divano a ingrassare. Ovunque fuorche’ qui a occupare lo spazio che voglio io.Vorrei un bagnino cattivissimo che sgridi tutti e faccia rispettare le regole, vorrei la censura e il coprifuoco per tutti. Quando nuovi avventori si immergono timidi mi sento oltraggiata. Non c’e’ un buttafuori in questa sala da nuoto?

Proprio mentre sto per esplodere di odio acuminato, pero’, ecco che arriva lui: e’ un uomone irsuto con un piccolo cranio cinto dalla cuffietta, nuota nella mia direzione, smuove le acque come Mose’.

Sta nuotando a farfalla.

Sembra un San Bernardo lanciato alla salvezza di un umano arenato su una montagna.

L’orso farfalla vola sull’acqua come un delfino peloso e la sua assurdita’ in questa piscina affollata mi fa abbandonare ogni ostilita’.

Sono pronta, mi lancio anch’io nel nuoto, un po’ obliqua e belante, parte perfetta di questa umanita’. 

Menomale che il mondo riesce sempre a farmi ridere.

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Non ho trovato il San Bernardo, ma l’impressione era cosi’.
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