Ricordi di Berlino

Ogni tanto mi tornano ricordi di un’altra vita, che era mia ma sembra una cosa lontana, caduta dalla tasca di qualcuno che conoscevo. Un po’ perché la mia vita è cambiata tanto negli anni, e poi perché quest’anno compio quarant’anni e questo vuol dire che ho ricordi di vent’anni fa, vividi come se avessi vent’anni domani.

Un posto che ogni tanto mi appare nei ricordi come uno spettro, è Berlino.

Era il 2010/11, lavoravo part-time in un posto dove si facevano hamburger, currywurst, patatine fritte. La mattina andavo a una scuola di tedesco organizzata dal comune, e, quando non andavo in biblioteca con Marta e Elisa, il pomeriggio friggevo cose in questo posto in Friedrichshein. C’era un vecchio uomo tedesco che lavorava lì, non ricordo il suo nome. Ricordo la prima volta che avevamo lavorato nello stesso turno: era un momento di fretta, il locale affollato, lui mi aveva detto cosa fare e io non lo avevo fatto, lui aveva continuato a ripetere incazzandosi sempre di più e alzando progressivamente la voce, quasi incredulo. Per un po’ aveva pensato che io fossi deficiente, poi la realizzazione nei suoi occhi: ma tu non capisci. Non capisci cosa sto dicendo. E no, non stavo capendo niente in tedesco. Ricordo la sua bocca digrignata e io che guardo dei suoni uscire.

Un’altra volta, qualche tempo dopo, sarà stato intorno a maggio. Lavoro da qualche mese, sono nel pieno del mio tedesco, non lo parlerò mai più così bene, ma in quel momento non lo so. Quando lavoro parlo sempre in tedesco, sono immersa. Arriva un gruppo di americani, mi parlano in inglese. Io ovviamente capisco, cerco di rispondere: non esce niente. Sento letteralmente il mio cervello che cerca delle parole in inglese e le riceve in tedesco. Sento un blocco fisico – non dimenticherò mai la sensazione, come se cercassi di connettere dei cavi nella mia testa, che so essere lì, ma non trovassi le prese dove infilarli.

Una cosa stranissima, come quando mi avevano operato e mi ero risvegliata dall’anestesia ancora in sala operatoria, e nel panico avevo provato a muovere le dita dei piedi, ma loro niente. Io le guardavo intensamente, cercando di indirizzare tutta la mia volontà verso di loro, ma non c’era seguito al mio comando.

Mi piace ogni tanto trovare questi ricordi, prenderli sulle gambe come fossero gatti, vederli connettersi tra loro e poi guardarli sparire.

Tornare al presente.

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